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Uccidere la privacy per combattere il virus: l’errore fatale delle democrazie

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Pubblicato da in News Privacy Europea · 17 Marzo 2020
In questi momenti cruciali per il futuro del Paese, caratterizzati dal panico da coronavirus, dobbiamo resistere alla tentazione di barattare alcuni diritti (pur comprimibili) con una presunta maggiore sicurezza: è il caso della privacy. Vediamo perché non deve passare il messaggio che la privacy è qualcosa di superfluo
fonte agendadigitale.eu
Una delle reazioni più comuni che si possono verificare a seguito di eventi catastrofici è quella di rinunciare ad alcuni diritti o libertà in favore di una maggiore sicurezza.
Eclatante l’esempio di quello che accadde l’indomani dell’11 settembre 2001, quando i cittadini statunitensi rinunciarono senza batter ciglio a gran parte della loro privacy pur di consentire al Governo di esercitare tutti i poteri invasivi – e inquisitori – previsti nel “Patriot Act”.
L’insorgenza e l’attuale diffusione del Coronavirus rappresenta, per le nuove generazioni, un evento di forte rottura con il passato, come fu per le generazioni passate l’attacco terroristico alle Torri gemelle o, ancora prima, le due guerre mondiali.
Indice degli argomenti
Coronavirus, niente sarà più come prima
Ci sarà un prima e un dopo Coronavirus, ma in questi momenti cruciali per il futuro del nostro Paese, dobbiamo comunque resistere alla tentazione sempre più forte di “barattare” alcuni diritti – sia pure comprimibili – con una presunta maggiore sicurezza.
Si leggono in questi giorni le ipotesi più disparate, da chi ritiene giusto inserire norme nuove che permettano al Governo di sorvegliare lo stato di salute dei cittadini attingendo alle miniere di informazioni presenti sui nostri smartphone, fino a chi suggerisce addirittura di sospendere parzialmente l’applicazione del GDPR.
Entrambe le posizioni sono a parere di chi scrive poco condivisibili, per i motivi che si vanno ad esporre.
Secondo alcuni, l’esigenza di un intervento immediato dello Stato insieme alla necessità di assicurare un interscambio “agile” di informazioni fra organi competenti, per monitorare in tempo reale la situazione di crisi, sarebbe un motivo sufficiente per spingere verso una legittima – quanto pericolosa – deroga alle norme di protezione dei dati personali al fine di creare norme nuove che consentano l’accesso ai dati prodotti dai nostri device.

Legittima perché, in effetti, in uno scenario emergenziale di livello nazionale, il codice di protezione civile (cfr. art. 25) consente l’emanazione di ordinanze in deroga ad ogni disposizione vigente, sia pure nel rispetto dei principi generali dell’ordinamento giuridico e delle norme dell’Unione Europea; pericolosa, invece, in relazione alla natura dei diritti che possono essere compromessi, primo fra tutti quelli connessi alla riservatezza dei cittadini.
In questo momento, chi è chiamato ad agire per contrastare l’avanzata del virus, ha “fame” di dati (personali e non), perché c’è la necessità – percepita da tutti – di poter accedere ad ogni tipo di informazione che potrebbe essere in qualche modo utile alla salvaguardia della sicurezza e salute pubblica.
Parola d’ordine: evitare abusi ingiustificati
Ma non è certamente accedendo alle informazioni raccolte dalle app dei nostri smartphone che si sconfigge un’epidemia.
Nei prossimi mesi le norme sulla protezione dei dati, alla pari dei diritti e delle libertà che le stesse intendono tutelare, saranno inevitabilmente “stressate” da attività di trattamento dei dati personali audaci, perché figlie di un periodo emergenziale.
Ma neppure in questo momento così delicato per la tenuta della nostra democrazia dobbiamo essere tentati dall’abbandonare i principi generali sanciti dal GDPR, primi fra tutti i principi di necessità e proporzionalità.
Possiamo comprimerli, limitarli, ma non abbandonarli del tutto.
Questi principi cardine, espressione del più generale principio di minimizzazione, devono guidare l’azione di governo anche in uno stato di emergenza, per evitare abusi ingiustificati. Ogni deroga dovrà essere motivata e mai come in questi momenti vi è il bisogno di pensare in ottica “by design”, cioè affrontando il tema privacy fin dai primi attimi in cui si ragiona su provvedimenti e decisioni, a maggior ragione se in deroga alle norme vigenti.



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