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Siamo sicuri di voler dire a Facebook che candidati votiamo alle elezioni?

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Pubblicato da in News Privacy Europea · 19 Luglio 2019
Se nel mondo fisico nessuno monitora quanto tempo passiamo a guardare i manifesti elettorali affissi nelle nostre città, nel regno di Facebook ogni nostro click e secondo di attenzione rischia di essere monitorato e registrato.
Fonte wired.it
Lo scorso giugno il Garante per la protezione dei dati personali hamultato Facebook per 1 milione di euro a seguito dello scandalo legato al caso Cambridge Analytica. All’interno dell’ordinanza di ingiunzione del Garante privacy ai danni di Facebook, però, c’è un passaggio che è passato per lo più inosservato e che riguarda la raccolta di dati sensibili come quelli relativi all’orientamento politico dei cittadini.
A Facebook viene contestato anche il “non aver fornito idoneo riscontro ad una richiesta di informazioni ed esibizione di documenti” relativa al prodotto “Candidati” che era stato introdotto da Facebook proprio per le elezioni politiche del 4 marzo 2018.
Alcuni documenti ottenuti da Wired grazie a una richiesta di accesso civico (Foia) permettono però di comprendere meglio come Facebook abbia gestito le richieste di informazioni del Garante e sollevano preoccupazioni sulla sensibilità dei dati raccolti.

Cos’è “Candidati”?
In quelle elezioni, per la prima volta in Italia, i cittadini hanno potuto ricevere informazioni dirette sui candidati e sui loro programmielettorali senza dover necessariamente avere a che fare con email o comunicazioni cartacee, ma passando direttamente dal social network.
Grazie allo strumento “Candidati”, Facebook inseriva nelle nostre bacheche una sezione dedicata alle elezioni, in cui era possibile trovare la lista completa dei candidati al Senato e alla Camera dei Deputati, comparare le loro posizioni sui diversi temi, e rimanere aggiornati sugli eventi e le notizie delle loro campagne elettorali.
Inserendo il proprio indirizzo di casa era anche possibile avere accesso alla lista dei candidati del proprio collegio elettorale: era come trovarsi davanti un fac-simile della scheda di voto. In aggiunta, grazie alla collaborazione con la presidenza del Consiglio dei ministri e il ministero dell’interno, gli utenti potevano guardare anche il video tutorial ufficialeper le nuove modalità di voto.
Lo strumento “Candidati” è apparso una volta ogni due giorni nel news feed degli utenti fino al giorno delle elezioni, ed era comunque accessibile in ogni momento grazie a un bookmark all’interno dell’app.
Secondo le stime di Facebook, nel 2018 gli utenti italiani attivi ogni mesesul social network sono stati circa 30 milioni. Potenzialmente, il prodotto “Candidati” avrebbe potuto soppiantare i vecchi e anacronistici manifesti elettorali affissi per le vie delle città, catapultando i cittadini in una nuova epoca di partecipazione democratica: in ogni momento, dal proprio smartphone, era possibile accedere ad una lista aggiornata dei candidati e delle loro istanze. A tutto questo, però, il Garante privacy ha messo la parola fine.

La decisione del Garante
Nel provvedimento del 10 gennaio scorso, il Garante ha sottolineato come l’acquisizione e la raccolta di informazioni tramite il prodotto “Candidati” sia da ritenersi illecita in quanto quei dati sono “potenzialmente idonei a rivelare le opinioni politiche” degli utenti. Se nel mondo fisico nessuno monitora quanto tempo passiamo a guardare i manifesti elettorali affissi nelle nostre città, nel regno di Facebook ogni nostro clic e secondo di attenzione rischia di essere monitorato e registrato.
Il Garante ha vietato a Facebook l’ulteriore trattamento e conservazione dei dati personali acquisiti e ogni trattamento di dati ed informazioni espresse dagli utenti, come, per esempio, eventuali post relativi al voto espresso a seguito del messaggio del 4 marzo 2018 con cui Facebook sollecitava gli utenti a dire di essere stati ai seggi a votare.
Il nodo cruciale di questa vicenda riguarda sia gli scopi di Facebook nell’offrire questo strumento agli utenti sia nel capire che tipo di dati sono stati raccolti dalla piattaforma, oltre all’indirizzo di casa che veniva espressamente richiesto.

Le risposte del social network
Dalle risposte inviate da Facebook al Garante, però, non è del tutto facile chiarire questi nodi. Nelle risposte del 21 maggio 2018, Facebook afferma che lo scopo del prodotto “Candidati” rientra nella missione di Facebook: “Ci impegniamo a sostenere una comunità informata e civicamente impegnata sulla nostra piattaforma, e a fornire alle persone l’opportunità di accedere a informazioni affidabili e di partecipare al dibattito pubblico”.
L’interesse di Facebook per ogni forma di attività democratica era già stato al centro di un controverso studio avvenuto nel 2010, quando il social network aveva sperimentato alcuni meccanismi di persuasione al voto sugli utenti. I risultati ottenuti avevano spinto i ricercatori di Facebook a dichiarare che “è possibile che la crescita dello 0,6 per cento dell’affluenza al voto tra il 2006 e il 2010 potrebbe essere stata causata da un singolo messaggio su Facebook”.
Per quanto riguarda invece i dettagli sui dati raccolti, Facebook si sofferma unicamente sull’indirizzo di casa degli utenti, ribadendo che questi ultimi avrebbero potuto fare a meno di inserirlo, non ottenendo così la lista dei candidati del proprio collegio, e sottolineando come quell’indirizzo non sarebbe stato mostrato ad altri utenti Facebook. Inoltre, gli utenti avrebbero potuto rimuoverlo in ogni momento e avrebbero trovato ulteriori informazioni in un’apposita sezione che appariva cliccando su Ulteriori informazioni.
Facebook, però, aggiunge anche un altro dettaglio: “Se gli utenti hanno cliccato sui profili dei candidati […] abbiamo ottenuto dei registri di attività di base delle loro azioni”. Questi dati, spiega Facebook, sono stati utilizzati unicamente per generare delle metriche di engagement aggregate”.
I trattamenti di dati che rivelino le opinioni politiche degli interessati rientrano tra le ‘categorie particolari di dati’ ai sensi dell’art. 9 del Gdpr”, ha spiegato a Wired in uno scambio email l’avvocato Giovanni Battista Gallus, esperto di tecnologia e privacy. La norma prevede quindi un divieto generale del trattamento, prosegue Gallus, con delle eccezioni in caso di richiesta di consenso esplicito per specifiche finalità.
In questo caso, la raccolta dei log di utilizzo ben avrebbe potuto dare idea delle opinioni politiche dei soggetti che hanno utilizzato il prodotto ‘Candidati’”, ha aggiunto Gallus, “e il Garante ha da tempo sottolineatocome dall’analisi della ‘navigazione’ possano ricavarsi dati qualificabili come sensibili”.

Il muro di Facebook
Il Garante, però, non è soddisfatto delle risposte ricevute da Facebook e chiede ulteriori chiarimenti. Con la lettera del 9 novembre 2018 Facebook sembra mettere la parola fine alle richieste del Garante: “Lo strumento non è stato in alcun modo lanciato allo scopo di ‘monitorare il comportamento elettorale’, contrariamente a quanto affermato nella vostra [ndr del Garante] lettera”.
“Candidati” sarebbe stato progettato in modo da non raccogliere informazioni sui voti espressi dai cittadini, non sono quindi stati monitorati i contenuti dei post degli utenti dopo il voto e, soprattutto, i dati di log raccolti da Facebook per quanto riguarda l’uso del prodotto sarebbero staticancellati dopo 90 giorni.
Se la finalità del caso di specie è quella (dichiarata) di ‘creare matrici di ingaggio aggregate’, occorre vedere se la conservazione per un periodo non breve dei log corrisponda effettivamente a una esigenza funzionale o meno”, ha specificato Gallus.
Secondo Facebook, gli utenti avevano il pieno controllo dello strumento, non sono stati obbligati ad utilizzarlo, e le finalità e le informazioni raccolte rientrano in quanto già scritto nella privacy policy generale di Facebook. Nel contesto del trattamento di dati sensibili come quelli potenzialmente coinvolti in questa vicenda, ha aggiunto Gallus, “è fondamentalel’individuazione delle ‘finalità specifiche’ del trattamento, individuazione che è davvero difficile da cogliere [ndr in questo caso]”.
Proprio nella sua privacy policy, Facebook descrive i vari dati che registra, fra cui “i tipi di contenuti che visualizzi o con cui interagisci, o la frequenza e la durata della tua attività”.
Non è quindi strano ipotizzare, come ha fatto il Garante, che Facebook abbia avuto modo di raccogliere per ogni singolo utente la lista di candidati che ha consultato, il tempo trascorso a leggere il programma elettorale, e le fasce orarie in cui ha visualizzato quei dati.
Pressata dal Garante sulla questione delle metriche aggregate di engagement che sono state prodotte a partire da questi dati di log, Facebook afferma di aver analizzato l’ammontare complessivo di tempo trascorso dagli utenti su specifiche feature del prodotto, per migliorarlo in futuro.

L’uso dei dati
Capire però come sono stati raccolti questi dati è cruciale: Facebook avrebbe potuto disporre di una tabella in cui l’attività dei singoli utenti è direttamente collegata a un codice univoco che rappresenta ciascun utente. Se una persona avesse visualizzato un unico candidato, ripetutamente nell’arco di più giorni, potremmo dedurre facilmente il suo orientamento politico.
In questo caso mancano dettagli specifici sul come vengano generate queste matrici e, soprattutto, se il livello di aggregazione sia tale da rendere impossibile (o quantomeno sommamente difficile) identificare gli interessati”, ha specificato Gallus.
Wired ha inviato diverse domande a Facebook per comprendere il dettaglio esatto dei dati di log raccolti e la granularità degli stessi: vi era la possibilità di controllare il tempo trascorso da ogni singolo utente su un candidato specifico? Era possibile sapere in maniera aggregata quanto tempo gli utenti hanno trascorso sui candidati di destra rispetto a quelli di sinistra? Ci sono dati aggregati per regione?
Laura Bononcini, responsabile affari pubblici per il Sud Europa di Facebook, ha ribadito in una dichiarazione via email che “i log di base relativi alle azioni degli utenti sono stati utilizzati solo per generare metriche aggregate di engagement, che hanno fornito una panoramica di come gli utenti di Facebook nel loro complesso stavano interagendo con il prodotto”.
Le metriche sono state utilizzate per valutare il tempo speso in media sulle diverse funzioni del prodotto e l’interesse per le funzionalità. “Inoltre, Facebook non ha utilizzato alcun dato sensibile derivante dell’attività degli utenti per trarre conclusioni sulla loro appartenenza politica”, ha concluso Bononcini.
Risposte che purtroppo non entrano nel dettaglio delle modalità effettive di raccolta, gestione e potenziale analisi dei dati. Per quanto riguarda invece la collaborazione con la presidenza del Consiglio dei ministri e il ministero dell’interno, una portavoce di Facebook ha dichiarato che non sono state mandate statistiche riguardanti l’uso di “Candidati” né a Palazzo Chigi, né al Viminale, e neanche le statistiche relative al numero di utenti che hanno visualizzato il video tutorial. I documenti riguardo il prodotto “Candidati” e le altre risposte inviate da Facebook in merito all’istruttoria del Garante sul caso Cambridge Analytica sono disponibili pubblicamente al seguente link.



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